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I CANTIERI ETERNI

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Li ho contati.
Ci sono trentasette cantieri aperti, nel paesino di pescatori dove passiamo l'estate. Cantieri per modo di dire: due operai, un vecchio cassone per i detriti, un'impastatrice piccola e un numero imprecisabile di secchi. Cantieri interminabili, durano trenta o quaranta mesi, cinque o sei anni, generazioni intere. Cantieri capricciosi: lavorano a singhiozzo, solo di mattina, solo di pomeriggio, solo nei festivi, solo nei giorni multipli di tre, solo negli equinozi. Si potrebbe leggere il futuro, le rotte degli uccelli e le probabilità del superenalotto, se si riuscisse a capire la periodicità di questi cantieri.
Quello che è certo è che ce n'è sempre almeno uno che funziona, alle otto del mattino, poco sotto le nostre finestre. Le mattine cominciano tutte col canto della scavatrice, col ricamo del martello pneumatico, col sogno di mattoni e calce delle contrade vecchie.
Il paesino cresce su se stesso a un ritmo vertiginoso. Le strade restano strette strette, delimitate dagli usci delle case, senza marciapiedi perché in paese non si passeggia, si abita soltanto. Si abita dappertutto, furiosamente.
I cantieri, a testa bassa, disegnano i percorsi delle case nuove scavate dentro le vecchie, in un'ondata di tramezzi, intonaci e soffittature che percorre il paese da un capo all'altro, estate dopo estate.

 

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SPARTIZIONI

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Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada). Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo."Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo". E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili.

Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.Da allora è stato un assalto. Arrivano con coltelli, mannaie, temperini.

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LA TRAVERSATA DELLO STRETTO

fonte: http://manginobrioches.splinder.com/

Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d'acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl'incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).

 

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Chi sono

Antonella Monastra è palermitana e nata nel ‘56. E’ ginecologa responsabile del Consultorio Familiare ...
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